lunedì, marzo 31, 2008

OTIS TAYLOR - “Recapturing The Banjo” - Telarc



Definito dall’autorevole Guitar Player “il più importante bluesman del nostro tempo”, Otis Taylor firma il suo quinto lavoro per la Telarc, dopo “Truth Is Not Fiction” del 2003, “Double V” del 2004, “Below The Fold” del 2005 e “Definition of A Circle” del 2006. Il nuovo album si intitola “Recapturing The Banjo” e non è solo un omaggio a uno degli strumenti tipici della tradizione musicale a stelle e strisce: come la stessa intestazione del CD lascia trasparire, Otis Taylor ha voluto ricondurre il banjo alle sue più autentiche radici, quelle africane, e alle musiche da esse derivate, prima fra tutte, ovviamente, il blues. Afferma lo stesso Otis Taylor: “Il banjo è solitamente associato ai folk singer e ai suonatori di bluegrass e col tempo ha quindi perso il legame con le proprie origini. La mia idea era di fare un album che rimettesse le cose a posto, che riportasse il banjo a contatto con la cultura che lo ha generato, ma che non fosse una lezione di storia”. E all’ascolto di “Recapturing The Banjo” non c’è alcun dubbio che Otis Taylor abbia centrato in pieno l’obiettivo, grazie anche al fattivo contributo di altri illustri musicisti e chitarristi che col banjo hanno parecchia confidenza: Guy Davis, Corey Harris, Alvin Youngblood Hart (impegnato anche alla lap steel guitar), Keb’ Mo’ e Don Vappie. Insomma, una vera parata di stelle (cui vanno aggiunti il trombettista Ron Miles e la bassista e cantante Cassie Taylor) che dona al CD un’aura di straordinarietà. Fra composizioni originali e traditional arrangiati per l’occasione (ma c’è anche la mitica “Hey Joe”, che i più ricordano come uno dei cavalli di battaglia di Jimi Hendrix), “Recapturing The Banjo” è un concentrato di negritudine, ma è anche e forse prima di tutto una dichiarazione poetica di grande intensità.

Nato a Chicago, nel 1948, Otis Mark Taylor cresce a Denver dopo che i genitori hanno lasciato la Windy City a seguito di un grave lutto familiare (l’assassinio dello zio di Otis). “Sono cresciuto in mezzo a musicisti di jazz”, racconta Otis Taylor, “Mio padre lavorava nella ferrovia e conosceva un sacco di jazzisti. Aveva idee socialiste ed era un seguace dei beboppers”. La madre, Sarah, anche lei impegnata socialmente, ha invece un debole per Etta James e Pat Boone. Il piccolo Otis passa gran parte del proprio tempo libero di adolescente al Denver Folklore Center, dove familiarizza con il suo primo strumento, il banjo. Successivamente impara a suonare la chitarra e l’armonica e costituisce la Butterscotch Fire Department Blues Band: i modelli di questo periodo formativo sono Mississippi John Hurth, Junior Wells e Muddy Waters. In seguito è la volta della Otis Taylor Blues Band e, alla fine degli anni Sessanta, di un breve soggiorno in Inghilterra, dove il musicista statunitense cerca di incidere un disco per la Blue Horizon. La cosa non va in porto e Otis riprende la strada di casa: nel 1977 decide di abbandonare le musica attiva, dedicandosi al commercio di oggetti antichi e diventando allenatore di una squadra dilettantistica di ciclismo. Per il ritorno sulle scene musicali di Otis Taylor bisognerà attendere il 1995: due anni dopo esce “Blue Eyed Monster”, seguito nel 1998 da “When Negroes Walked The Earth” e nel 2001 da “White African”, disco che ottiene quattro W. C. Handy Award nominations e che rappresenta un momento cruciale nella carriera di Otis Taylor. Così come lo sarà poco dopo l’entrata nella scuderia della Telarc.